“MATTEO SPERTINI – Questo il presidente non lo sa”

What the president does not know


”Il diario senza trama di un anno passato a giocare con i bambini ospiti degli orfanotrofi della Buryatia: una stepposa repubblica russa incastrata in fondo alla terra addormentata, un angolo di mondo popolato da arredamento kitsch e simboli rugginosi e obsoleti di ideologie sconfitte, ancora inchiodati agli stipiti.

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Io credo che gli educatori, i criminali, il presidente, non possano sapere; come non potevo io prima di partire. Non possono immaginare che negli orfanotrofi dell’impero è custodito un patrimonio colmo di ottimismo ostinato e irrazionale. Pronto a essere mostrato, per quanto prezioso, a chiunque passi dalla sala dei giochi, purché abbia il coraggio di abbassarsi un po’, purché accetti di lasciare la propria misera compassione sotto la neve. Un tesoro caparbio e sereno nonostante tutto, alla faccia dei vostri poveri genitori delinquenti sventurati, soldati alcolizzati violenti figli di troia. Loro là fuori, non possono conoscere, credo, l’innocenza accanita di cui siete armati, tagliente più delle spade che v’immaginate tra le mani, pericolosa più dei kalashnikov con cui papà giocava in Cecenia.”

Matteo Spertini presenta così il suo progetto “Questo il presidente non lo sa”.

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Quando e perché hai scelto di partire in Buryatia?

Nel 2013 avevo finito un master in fotografia documentaria e avvertivo una forte voglia di fare un’esperienza fuori dei miei confini geografici e professionali. Il progetto SVE – Servizio Volontario Europeo è stata così una grande occasione per me in quel momento. Perché in Buriazia (Russia)? E’ stato del tutto casuale. Ho fatto richiesta per forse dieci progetti sparsi nel mondo. Sono stato selezionato per questa repubblica siberiana probabilmente perché in pochissimi ci vogliono andare, considerati il clima e l’ostacolo linguistico. Mi dissi: perché no? Mi piaceva l’idea di partire per un posto con pochissimi stranieri e di misurarmi con un inverno degno di questo nome.

Raccontaci qualche episodio accaduto che ti è rimasto particolarmente impresso. (o le difficoltà che hai incontrato)

Di aneddoti ce ne sarebbero a iosa. In un posto con così pochi stranieri è facilissimo familiarizzare con le persone del luogo. Le discussioni di geopolitica internazionale appena si mette un piede sull’autobus sono cosa all’ordine del giorno e, credimi, non so nemmeno io come abbia fatto a schivare una terza guerra mondiale con la conoscenza che ho della lingua.

Ricordo che una volta stavo bevendo una birra in un pub con degli amici, un tizio si è alzato dal suo tavolo dalla parte opposta del locale e, trascinandosi dietro il suo sgabello, è venuto a sedersi affianco a me, passando prima dal bancone a comprare una bottiglia di vodka da bere insieme. Si sedette affianco a me chiedendomi da dove venissi e poi con un grosso sorriso continuò: “adesso Italia e Russia fanno amicizia”.

Era un militare in uscita libera. Ce ne sono moltissimi nella zona. Rifiutare una (o molte, come in questo caso) vodka offerte è molto offensivo e non avevo certo intenzione di innervosire il mio interlocutore. Brindammo diverse volte, lui mi parlava a voce altissima della Cecenia, della Crimea, della bontà del suo presidente, attaccò poi a chiedermi spiegazioni su come fosse possibile che un esercito – parlava di quello italiano – che fu così potente all’epoca dell’Impero Romano, oggi sia ridotto così (a detta sua ridicolo, paragonato a quello russo). Mi veniva da ridere, nella testa mi risuonavano frasi come “odio le armi e vorrei vivere in un mondo senza eserciti né confini da invadere” ma scoprii i miei ideali essere proporzionati ai miei muscoli. Insomma il mio nuovo amico parlava e parlava, di quanto il suo Paese sia forte e quanto faccia schifo il mio. Cercavo di argomentare, di balbettare qualche “sì ma…”. I miei amici russi non riuscivano a staccarmelo di dosso, vedevo la situazione diventare ingestibile e la sua faccia avvicinarsi alla mia. All’improvviso andò in bagno e quando ritornò io ero sparito.

Questa storia non è un granché probabilmente, ma spiega come ovunque andassi diventavo un’attrazione esotica da interpellare su temi in cui avere un confronto esterno è piuttosto complesso.

Ho un blog in cui sono raccolti alcuni episodi e storie della mia esperienza laggiù: http://matteospertini.blogspot.it/

Raccontaci una giornata tipo all’interno dell’orfanotrofio e qual è stato il tuo ruolo oltre quello di fotografo.

Ero volontario SVE. Sulla carta il mio progetto prevedeva l’organizzazione di laboratori all’interno di varie strutture sparse per la regione. La realtà però fu molto diversa: ero il solo volontario, nessuno parlava inglese e la collaborazione da parte dello staff locale mancò totalmente. Scelsi di restare anche se la mia figura era poco utile, cercai di supplire alle mie carenze organizzando laboratori in cui non c’era bisogno di parlare molto, sorvolando sulla conflittualità con lo staff. Mi chiedo spesso quanto sia stata utile la mia figura ai bambini ospiti delle strutture. Cerco di rispondermi che dopotutto ciò che gli serve non sono certo sofisticati workshop ma l’attenzione di un adulto e la valorizzazione di quel che fanno. So per certo il valore che ha avuto per me questa esperienza e da un punto di vista egoistico so che restare è stata la scelta giusta. La gestione del progetto rimane comunque controversa e il mio lavoro “Questo il presidente non lo sa” si interroga anche su questo. Come in generale sul senso del volontariato internazionale.

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Quanto credi sia ‘’resistente’’ l’innocenza di questi bambini? Che futuro hai visto/immagini per loro?

E’ una domanda estremamente pertinente, di cui ti ringrazio. Non sono sicuro di saper rispondere, però. Quel che ho visto io è una situazione piuttosto estrema. I bambini/ragazzi vivono una condizione di marginalità forzata, geografica e sociale. Una situazione che agli occhi miei, di occidentale cui non sono mai mancati beni di prima necessità né materiali né affettivi, sembra del tutto estrema. Si voglia considerare l’aspetto climatico, la posizione geografica, le storie dei ragazzi. Alcuni di loro raggiungono la maggiore età (in cui escono dalla protezione dello stato) aspettando richieste di adozioni che non arrivano, alcuni vengono invece adottati e riportati al mittente dopo un periodo per diverse ragioni. E così aspettano in vano tra una struttura pubblica e l’altra, deportati dalla burocrazia in casermoni giganteschi nel mezzo della steppa, dove spesso non arriva nemmeno una strada carrabile. Confinati senza colpe. Nascosti agli occhi del mondo in strutture in cui chi si prende cura di loro lo fa solo per lavoro. Ricordo un orfanotrofio vicino al confine con la Mongolia (cinque ore di autobus dalla città di Ulan Udè, capitale della Buriazia). Era fine giugno e ci svegliammo al mattino con 20 cm di neve per terra. Questa struttura ospitava cinquantatre maschi e sei femmine. Descrivo questo per dare un’idea di ciò di cui si parla.

Non so se “innocenza” sia il termine più adeguato. Ma di sicuro frequentandoli si scopre una forsennata voglia di sopravvivere e di farlo normalmente, con un grande sorriso sulle labbra. Dopo tutto il trattamento ricevuto da parte degli adulti questi bambini/ragazzi partecipavano ai giochi di gruppo che gli proponevo con volontà ed entusiasmo. Probabilmente più di quanto ce ne mettevo io alla loro età, all’oratorio del mio paese.

Rischio di suonare patetico, ma è la realtà. Per ritornare al mio progetto, questo è quel che il presidente non sa, qualcosa che sfugge persino ai servizi segreti e agli adulti, troppo impegnati dalle cose importanti di cui si devono occupare per riuscire a chinarsi e guardare cosa succede poco più in basso, dal punto di vista dei bambini.

Tutte queste chiacchiere e questo mio (nostro?) ragionare risulta ridicolo e inadeguato davanti alla semplicità con cui quei bambini o ragazzi riescono a guardare oltre qualsiasi condizione che a noi risulta insormontabile. E questo, per quanto retorico possa suonare, è ciò che mi sono portato a casa. Ciò di cui sono loro più grato.

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Website: www.matteospertini.com

Altri Progetti: http://www.matteospertini.com/act-1-monteviasco/

http://www.matteospertini.com/act-ii-killavoggy/

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“ALESSANDRA CALO’ – Kochan – Siamo fatti di strati, la nostra vita è una sovrapposizione di avvenimenti”

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Kochan / Alessandra Calò

Alessandra Calò è un’artista che crea opere fra l’arte contemporanea e la fotografia.
Il suo lavoro riporta alla luce antiche tecniche di stampa e reinterpreta materiali preesistenti come la fotografia d’archivio. Ha realizzato numerosi progetti fra cui Gli oggetti ci parlano, progetto commissionato dai Musei Civici di Reggio Emilia, FluxusFace, commissionato e acquisito dalla Fondazione Palazzo MagnaniAntipodi Apolidi per il Museo di Arte contemporanea Spazio Gerra e Secret Garden, con cui nel 2014 vince la sezione OFF di Fotografia Europea, selezionata da Gigliola Foschi ed Elio Grazioli.
Nel 2017 viene invitata in residenza d’artista a Madrid dalla direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura, Laura Pugno, con l’obiettivo di realizzare un’installazione site specific di Secret Garden, collaborando con autrici spagnole e ricercando in loco materiali d’archivio per lo sviluppo del progetto.

Il progetto che Alessandra ci ha proposto si intitola Kochan. Il tema ha come protagonista il corpo, visto nella sua essenza più profonda ed emotiva – un corpo che sente ma, come ci spiega l’artista – che non conosciamo abbastanza. Proprio come un territorio cerchiamo di mapparlo, conoscerlo, esplorarlo. L’immagine astratta che si crea ci coinvolge e ci spinge a guardare sempre più nel dettaglio per ricreare mentalmente le forme che conosciamo. Il corpo sconfina dalla sua forma materiale per raccontarci l’immateriale che lo compone. Il risultato è un lavoro dai toni chiari e delicati che ci descrive l’universo corporeo individuale ed emotivo di ognuno di noi.

Come, quando e perché ti sei avvicinata alla fotografia?

Di preciso non saprei. Sono sempre stata attratta – sin da piccola – da vari linguaggi espressivi. Della fotografia e del mondo dell’arte, ho approfondito in autonomia la conoscenza (fuori dalle Accademie), fino a restarne coinvolta in prima persona.

Il tuo progetto ‘’Kochan’’ è una sorta di mappa corporea, parlaci meglio di questa riflessione. Che cos’è per te un corpo? Come vivi la dimensione del tuo corpo e di quelli che ti circondano?

Kochan è la riflessione su un corpo che si scopre cambiato o, forse, che si scopre e basta. L’ho definito “un territorio da esplorare, del quale non abbiamo le giuste coordinate” Mettersi in ascolto credo sia la chiave. Spesso siamo sopraffatti da tutto e subiamo la vita senza rendercene conto. Il nostro corpo registra e spesso ci invia segnali che non riusciamo neanche a decifrare. Noi non ci conosciamo abbastanza.

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Kochan / Alessandra Calò

Guardando i tuoi progetti Les Inconnues – Secret Garden e Kochan abbiamo notato una predominanza di corpi e temi femminili collegati al naturalismo, quale sensazione cerchi di trasmettere e cosa rappresentano questi temi per te?

La natura è un fattore essenziale che rende il mio stato d’animo percettivo e produttivo. Il femminile è l’allegoria nella quale racchiudo il mio universo: trasmette concetti e sensazioni forse non esprimibili altrimenti.

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Alessandra Calò / Les Inconnues

Utilizzi molto la fotografia d’archivio e la memoria è un tuo tema ricorrente. In alcuni dei tuoi progetti, infatti, si parla di morte; possiamo considerarlo come un processo di ristrutturazione interna che avviene quando si perde una parte di sè o anche come una riflessione sulla mortalità?

Io sono affascinata dalla transitorietà delle cose e delle persone, di tutto quello che in un momento è, e il momento successivo non è più. Vista in questo modo, la fotografia è la solitudine e la bellezza di un attimo. Utilizzare e reinterpretare materiali d’archivio significa non far morire mai nulla, ma rimettere in circolo tutto, la memoria per prima, partendo da lì per creare nuove immagini.

Tecnicamente parlando utilizzi spesso la sovrapposizione, come mai?

Siamo fatti di strati, sedimentiamo nel tempo emozioni, ricordi, esperienze. Tutta la nostra vita è una sovrapposizione di avvenimenti. Parto da questo concetto, ma sicuramente utilizzo questa tecnica per dire altro. Per esempio, che possiamo sempre guardare attraverso, non soffermarci all’apparenza, per scorgere ancora qualcosa che potrebbe esserci sfuggito. Anche la mia passione per le tecniche antiche di stampa (sali d’argento, callotipia, cianotipia) è un voler attingere nel passato della fotografia e riattualizzarlo. Qui, l’errore è sinonimo di “umano” e la ricerca della perfezione – quasi – fuori controllo.

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Kochan / Alessandra Calò

Hai un curriculum artistico molto ampio, cosa ti viene in mente se ti dico ‘‘Fotografia Contemporanea’’? Hai consigli da dare a coloro che vogliono entrare in questo mondo?

La fotografia contemporanea siamo noi, adesso, e lo saranno quanti le si avvicineranno nel tempo. Io sono la prima che non segue i consigli che le vengono dati e non mi sento adeguata per darne. Per quanto mi riguarda, cerco sempre di essere me stessa e non lasciarmi influenzare dalle tendenze (o dalla regola dei terzi).

Attualmente dove è rivolto il tuo sguardo? Su cosa ti piacerebbe lavorare in futuro?

Sto per diventare grande. Per la prima volta, ho deciso di rivolgere il mio sguardo alla macchina fotografica. Sarà un nuovo modo di essere me stessa. Almeno per questo anno. Saranno gli eventi a portarmi verso il futuro. Intanto aspetto e non mi muovo da qui.

 

Parallelamente alle sue ricerche artistiche, Alessandra lavora come fotografa freelance e alcuni suoi lavori pubblicati su importanti riviste e magazine come Marie Claire Maison, Abitare, Elle Decoration UK, Vogue, L’Espresso e TuStyle.

 

 

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Qui alcune immagini estrapolate dai suoi lavori.

 

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Website: http://alessandracalo.it/

Instagram: https://www.instagram.com/alessandra__calo/

 

Chiara Cordeschi

“LUCA BORTOLATO – siamo esattamente le nostre foto”

Da parecchio tempo seguivamo curiosissimi il lavoro di Luca Bortolato, fotografo originario di Venezia; affascinati dalle sue atmosfere e toccati dalla sua delicatezza visiva, volevamo saperne di più. Attivo da diverso tempo nel mondo della fotografia, Luca non ha mai smesso di essere sé stesso. Vive la fotografia in modo intimo, psicologico e con una vena malinconica e silenziosa che riesce a far parlare di sè.
Lo definiremmo un fotografo liquido – per dirla alla Bauman – ossia un fotografo che sa farsi trasportare da ciò che sente, che con la sua scelta di non dare titoli specifici, condire l’immagine con troppe parole, ci lascia liberi di immaginare e osservare la sua storia creando la nostra.
Sensibile ed aperto, ci ha raccontato parte della sua esperienza personale nel mondo fotografico, dai soggetti alle sue motivazioni, dai progetti ai workshop, fino alla fatidica domanda riguardo la fotografia contemporanea.

Quando hai iniziato a fotografare e perché hai sentito questa necessità?

La fotografia è capitata per caso. Cercavo un modo per parlare, una lingua per dialogare con me stesso e per me stesso. È arrivata nel 2007 grazie una concomitanza di incontri fortuiti che segnarono la mia iniziazione. Le immagini c’erano già da molto molto prima.

Parlaci un po’ della tua serie ‘’No Title’’. Com’è nata questa serie fotografica? In che modo vedi il tema femminile e cosa rappresenta questo per te?

È il nome dato alla galleria che le contiene nel mio sito. L’ho fatto per necessità in questo caso. In realtà ho sempre definito tutte le mie foto “no title”. Non ho mai, volutamente, dato un nome alle mie immagini. Questo rafforza quella sorta di autoritratto che esse stesse racchiudono. Ognuno fa sua la foto che osserva, la rivive e la rielabora. Un nome dato diventa un’imposizione sul pensiero, un modo, a volte, errato, di veicolarlo. Il mondo femminile nel mio lavoro rappresenta semplicemente un dialogo aperto, un ascolto dove potersi riconoscere. Un punto fermo di tutta la mia produzione. Immagini come parole, semplici e malinconiche nelle quali restare sospesi.

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No Title / Luca Bortolato

Anche in ‘’Intimacy Diary’’ hai ritratto delle donne e il loro corpo. Questi due progetti hanno qualcosa in comune fra loro e/o in cosa differiscono?

Questo lavoro è tutto “una prima volta”La persona ritratta è una sola, per 18, lunghi, mesi. Percorso costruito con pochissime foto per volta, lentamente. La prima volta in cui io stesso entro fisicamente nell’immagine. La prima volta in cui ne ho mostrate solamente una decina perché tutto il corpus del percorso prenderà una strada diversa su cui sto tutt’ora lavorando. Sono fotografie più sporcate, meno pensate, più violente. Ho desiderato esplorare strade sconosciute, cercando di lasciare le mie foto ben inquadrate, pesate, costruite, soppesate. Sono voluto uscire dalla “comfort zone” in cui mi cullavo da tempo.

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Intimacy Diary / Luca Bortolato

In un’intervista con CartaBianca visibile su Youtube ci spieghi che ‘’Mericans‘’ è nato ‘’voluto e non voluto‘’ e che con facilità hai scorto malinconia e solitudine nelle persone che hai incontrato. Oggi rifaresti un progetto così ‘’a sentimento‘’ se ti dovesse ricapitare un luogo da raccontare che rispecchia le tue tematiche?

Quando lavori da molti anni su te stesso attraverso le immagini è facile ritrovarsi utilizzando persone e luoghi. “Mericans” è nato come una costrizione e si è tramutato in una scoperta. Potrà succedere ancora. Vorrò farlo succedere ancora. Nell’ultimo anno è nato forte il desiderio di lasciare gli schemi che mi caratterizzano e che si riflettono inequivocabilmente nei miei lavori.

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Riguardo la tua carriera da fotografo, sappiamo che hai fatto numerose mostre, ma recentemente hai tenuto dei workshop a Milano. Raccontaci un po’ la tua esperienza. Come ti sei trovato? Cosa ti hanno lasciato questi incontri? Cosa hai insegnato e cosa hai imparato?

Da molto tempo meditavo l’idea di un confronto diretto con un gruppo di persone. È arrivata l’occasione giusta nel momento giusto. Ho messo nero su bianco tutto il mio percorso e mi sono ritrovato a raccontarlo con naturalezza. Costruisco il dialogo tutt’attorno ad un concetto semplice: “siamo esattamente le nostre foto”. Lo sappiamo bene tutti ma sembra che ce ne dimentichiamo troppo spesso. Il mio è un mostrare un approccio psicologico ed estremamente intimo all’immagine prima, una consapevolezza pratica poi, nell’affrontarsi e nel costruire/decostruire. Le persone con cui ho avuto modo di lavorare sono state meravigliose. Ho cercato di guidarle ad aprirsi prima di tutto con sé stesse attraversando le differenti naturalità che fanno parte di ogni individuo. È stato un lavorare con il singolo e per tutti allo stesso tempo. Si sono formati, in tutte le occasioni, dei gruppi coesi e intimi in cui ognuno ha profondamente interagito. Ho imparato una strada nuova. Ho imparato che la condivisone è un fuoco che alimenta la speranza di continuare a credere. Nel momento in cui sto scrivendo queste righe, ho avuto la conferma di altre due date che terrò in due centri culturali per me importanti: Firenze e Trento.

 

Se parliamo di fotografia contemporanea, cosa ti viene in mente? Come definiresti questo mondo oggi?

Tutto ciò che si dissocia dall’idea classica di fotografia. Oggi ancor di più la differenza la fanno le idee e gli approcci inconsueti e coraggiosiLe fotografie sono così il risultato di esperienze altre, testimonianze di vere e proprie “performance” in cui l’artista si immerge e dove l’immagine non può contemplare del tutto l’esperienza. Vince chi nasconde e chi non dichiara. Vince il libero arbitrio delle persone davanti ad una fotografia, in qualsiasi campo, sia esso sportivo, giornalistico, di still life, ecc.

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No Title / Luca Bortolato

Pensi che oggi si possa vivere solo di fotografia? Hai consigli utili da dare ai giovani aspiranti fotografi?

Si può vivere per la fotografia, questo sì. Purtroppo non siamo tutti baciati dal sacro fuoco dell’arte, tanto da poterci permettere l’affitto con le nostre foto. Si può fare una cosa sola: crederci. Lo spingersi ad interrogare sé stessi e le altre persone ti portano in maniera indiscutibile ad acquisire consapevolezze nuove e metodologie diverse. Alla base di tutto, ci vuole però, sempre, una grande grande umiltà. Bisogna riuscire a darsi sempre il giusto valore, per non soffocare e per non farsi soffocare.

Durante il tuo percorso artistico qual è stato un libro che ti ha cambiato e arricchito?

Sono stato un corsaro nelle avventure del risoluto Corsaro Nero, romanzi del sempre troppo sottovalutato Emilio Salgari. E comunque un libro non cambia una persona, forse nemmeno 100 libri lo possono fare. Arricchiscono, questo sì.
Arrivederci.

 

 

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www.lucabortolato.com

 

Chiara Cordeschi

Giacomo Infantino

“FRANCESCO SPALLACCI – To me – Il nudo in fotografia vuol dire intimità e forte interazione.”

Oggi vogliamo presentarvi un giovane fotografo di vent’anni, Francesco Spallacci. Francesco nasce e Magenta (Milano), attualmente frequenta il secondo anno presso la Naba di Milano e dal 2012 pratica la fotografia da autodidatta in maniera continua ed evolutiva, dando spazio alla sua visione personale della realtà.

Il progetto che ci ha proposto Francesco si intitola ‘’To me’’. Inizia nel 2016 e attualmente è ancora in evoluzione. Si concluderà a giugno del prossimo anno con un’esposizione di 20 fotografie.

Quello che più caratterizza il progetto di Francesco è un legame fra l’arte scultorea e quella fotografica. Insieme vanno a mescolarsi creando immagini pure nella loro intimità. Il bianco e l’uso della luce ci raccontano un’atmosfera eterea dal sapore classico. Alcune delle figure appaiono maestose, altre, invece, sono piene nella loro morbidezza. La luce illumina questi corpi delineandone le profondità. Gli ambienti così minimali ci trasportano fuori dal tempo.

 

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“FRANCESCO SPALLACCI – To me”

Per Francesco la fotografia oggi è un’opportunità per crescere e imparare ad osservare il mondo che lo circonda con attenzione. Ci racconta ‘’ho imparato che nella vita è importante fermarsi, godendo a pieno di tutto ciò che può farmi sentire vivo. Questa è per me la fotografia oggi.’’

A proposito del legame scultoreo-fotografico ci racconta ”Fotografia e scultura sono due mondi apparentemente lontani nell’universo artistico, ma in alcuni casi si possono fondere l’uno con l’altro dando vita ad uno stile unico e singolare. Nel mio caso questo tipo di legame mi si presentò di sorpresa, furono addirittura le persone intorno a me che mi fecero notare questa incredibile somiglianza tra la mia fotografia e la scultura classica.

Il nudo scultoreo, inteso nel senso più classico e canonico, risale all’antica civiltà greca. Oggi questo tema è caro anche alla fotografia contemporanea, pur con tutte le sue varianti. I Greci scolpivano un nudo eroico, una nudità ideale in cui il corpo mortale, attraverso questa forma espressiva, diventava semi-divino. In tal senso sfidava il senso del tempo. Ciò che Francesco mette insieme, però, è riconducibile anche alla scultura romana, che non solo scolpiva corpi idealizzati divini e maestosi, ma aveva in sé anche un gusto iper-realistico, ossia metteva in luce anche i difetti fisici, piccoli dettagli reali senza mascherarli di una perfezione utopica.

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“FRANCESCO SPALLACCI – To me”

Oltre al gusto estetico abbiamo chiesto a Francesco quale significato ha per lui la fotografia di nudo.

‘’Per me non è altro che un segno descrittivo, è un particolare della mia persona, è qualcosa che mi identifica. Il nudo in fotografia vuol dire spesso intimità e forte interazione. Mi permette di entrare in perfetta sintonia con tutte quelle caratteristiche che rendono una persona unica nel suo genere, come il loro corpo, così simile, ma allo stesso tempo così diverso da qualsiasi altro.’’

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“FRANCESCO SPALLACCI – To me”

 

 

Per seguire il lavoro di Francesco:

”NICOLA DIPIERRO/ Iddu – La gente non approda a Stromboli, naufraga verso l’isola”

Puoi immaginare come mi possa sentire qui, Padre, una straniera. Queste rocce nere, questa desolazione, questo… questo terrore. Quest’isola mi fa diventare matta.

                                                                                                                                                                  (Karin, Stromboli terra di Dio, Roberto Rossellini)

 

Inizia con una citazione il racconto fotografico e l’intervista con Nicola Dipierro, classe 1989. Nicola si interessa alla fotografia di reportage e documentaristica, oltre a svolgere lavori commerciali. Dopo aver frequentato numerosi workshop con alcune figure importanti come Francesco Iodice, Renata Ferri, Cesura, Marco Pinna, Giovanna Calvenzi e molti altri, da due anni segue le vicende attorno all’ILVA di Taranto. Nel 2016 con il progetto ”Aurelia” è finalista al festival “Foto Leggendo” a Roma e viene premiato agli International Photography Award.

Il lavoro di Nicola di cui voglio parlare è ”Iddu”, un reportage svolto sull’isola di Stromboli, situata nelle isole Eolie in Sicilia. Ho avuto il piacere di conoscere Nicola e di scoprire il suo lavoro durante il soggiorno a Visa pour l’Image 2017 a Perpignan, Francia, grazie a Canon e alle letture portfolio con Magnum. Qui Nicola mi ha raccontato personalmente il suo viaggio e le difficoltà incontrate. Prima di tutto la necessità di integrarsi con i pochi abitanti del luogo e le avversità dello scattare in scarse condizioni di luce, in quanto l’isola è quasi priva di illuminazione artificiale durante le ore notturne.  Tutto questo, però, ha reso ancor più magico ed emozionante il suo viaggio. Solo abitando Stromboli si può percepire il fascino di questo luogo che ha un’identità sua molto forte conosciuta in tutto il mondo grazie anche al regista Roberto Rossellini, esponente neorealista, che nel 1950 realizza una pellicola straordinaria ”Stromboli, Terra di Dio”, che racconta la vita di una donna, Karin (Ingrid Bergman). Il film, girato quasi interamente da attori non professionisti, ma da abitanti nel luogo, ci racconta Stromboli nella sua essenza durante la Seconda Guerra Mondiale.

 

Nicola, tramite le sue immagini, ci racconta la sua esperienza.

”Inverno – Stromboli – Sull’isola ci sono poco più di trecento abitanti, o almeno dovrebbero. Molti di loro, più che altro madri e figli, sono andati via per seguire gli studi a Messina o a Lipari, le scuole qui non vanno oltre la terza media, tornano a casa per le feste o nei week end. Gli uomini invece, durante questa stagione si dedicano prevalentemente ai lavori di muratura e cura delle case e dei giardini di chi, con l’arrivo dell’estate, si trasferirà qui per un mese o per una settimana.

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Iddu / Nicola Dipierro

Al molo c’è un piccolo mercatino di frutta, verdura e formaggi portati qui da un aliscafo, mentre nei cassoni degli Apecar (unico mezzo di trasporto sull’isola insieme ai golf cart) i pescatori hanno esposto il pescato della mattina. Sono rimasti in pochi, li si riconosce perché hanno tutti la barba ed i capelli lunghi, alcuni sostengono che sia dovuto alla mancanza di barbieri in paese, altri raccontano che negli anni settanta un ondata di turisti hippie abbia influenzato il loro stile.

Il vulcano,  “Iddu” (lui in dialetto siciliano) sovrasta il paesino, la cima, a 926 metri sopra il livello del mare, sparisce in una nube di fumo perenne. È il vulcano più attivo d’Europa e uno dei più attivi al mondo. Chi abita qui non lo teme, ma lo rispetta a tal punto da venerarlo quasi come fosse un divinità.

La gente non approda a Stromboli, naufraga verso l’isola, non i turisti, ma chi decide di rimanere. Arrivano da tutte le parti del globo, dall’Australia, dagli Stati Uniti, Francia, Germania, per una storia d’amore finita male, per la voglia di non scomparire in una metropoli, per sentirsi meno soli o per sentirsi isolati.

Per vivere qui ci vuole coraggio e spirito di adattamento. L’acqua va razionata, la porta una nave la mattina, ci si riscalda con le stufe a legna, non c’è un ospedale, il più vicino è quello di Messina a venti minuti di elicottero. Il vento, il mare ed il vulcano condizionano in modo rilevante la vita degli isolani.

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Nel 2013, una grossa eruzione causò una frana che si riversò in mare, provocando la formazione di tre onde anomale alte dodici metri l’una, che spazzarono via il molo e le case più vicine alla riva. Nel 2015 il mare fu in tempesta per un mese intero, impedendo l’attracco di qualsiasi tipo di imbarcazione al molo, lasciando gli strombolani privi di provviste.

Nonostante tutto, quando arrivi a Stromboli riesci a intuire sin da subito cosa spinge la gente a rimanere qui, cosa vuol dire essere isolano, sentirsi un individuo: l’atmosfera è surreale, il silenzio assordante.”

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Iddu / Nicola Dipierro

Nicola si interessa a generi di fotografia diversi fra loro. Abbiamo cercato di scoprirlo al meglio attraverso quest’intervista in cui si racconta in modo più personale e approfondito.


Quando hai iniziato a fotografare? Che cos’è per te la fotografia oggi?

Ho iniziato a fotografare quattro anni fa. Oggi per me la fotografia è un pretesto per conoscere, viaggiare ed avvicinarmi alle storie, oltre che il linguaggio che prediligo per mostrare quello che mi interessa.

Quali fotografi ti hanno influenzato maggiormente o a chi/cosa ti ispiri per creare?

Sono stato influenzato da fotografi come Sterfeld e Alec Soth, sia per quanto riguarda il modo di approcciarsi ad una storia, sia per le tematiche e i soggetti che scelgono di fotografare.

Quali sono le tematiche e i soggetti a cui sei più vicino e perchè senti questa necessità?

In questo momento sono interessato ad un’ indagine ambientale ed antropologica legata alle “terre estreme”, il mio interesse nasce dopo essermi confrontato con tematiche legate all’ambiente durante il periodo da operaio nell’agricoltura intensiva.
Nella scelta dei soggetti probabilmente entra in gioco molto spesso l’empatia nei loro confronti e le similitudini che scorgo tra me e loro.

Un libro che ti ha profondamente cambiato e perché?

Più che per un libro in particolare, sono stato influenzato molto dal cinema, in particolar modo dai documentari di Werner Herzog e dalla sua visione riguardo il documentario.

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www.nicoladipierro.com

 

Giacomo Infantino

 

 

 

                                                                                       

 

“FRANCESCO LEVY – Azimuths of Celestial Bodies – Ci sono molti modi per raccontare una storia ed altrettanti per mentire nel farlo.”

Il lavoro di Francesco ci ha incuriositi per diversi aspetti. E’ un lavoro complesso, ricco e personale sotto tutti i punti di vista. Tocca diverse tematiche, fra cui la famiglia, il senso di appartenenza e la storia. La sua storia è raccontata in una maniera così consapevole, che riesce a diventare una storia universale. Quello che lui chiama il ”suo diario per immagini, la sua topografia illustrata” è il riflesso di qualcosa che abbiamo provato anche noi sin da piccoli. Anche noi abbiamo sentito parlare della guerra vissuta dai nostri nonni, anche noi abbiamo cercato di immaginare, capire ricostruire. Solo che Francesco Levy l’ha fatto veramente creando Azimuths of Celestial Bodies.


Ci dice che Ci sono molti modi per raccontare una storia ed altrettanti per mentire nel farlo”. Francesco ci spiega che la memoria a volte è incompleta, ha delle falle. Perciò tutto non può essere raccontato per filo e per segno così come è avvenuto. Qui arriviamo alla parola ”mentire”, che non designa una menzogna vera e propria, ma piuttosto definisce il ruolo che ha l’immaginazione di ognuno di noi all’interno di una storia. L’immaginazione è colei che crea collegamenti per far fluire il concetto. Questo progetto. dunque, lo definirei reportage artistico. Colmo di punti e avvenimenti reali, ma intriso di personalità, gusto, estetica ed interpretazione.

Qui sotto, le parole dell’autore.

 

”Il mio lavoro si è sviluppato come un viaggio all’interno delle storie e delle persone che hanno formato il mio nucleo familiare e di come tutto questo metaforico fiume di vite sia adesso confluito in me, che sono (per adesso) l’ultimo della mia stirpe.
Le grandi guerre che hanno sconvolto il continente europeo durante lo scorso secolo, sono il filo conduttore, il sottofondo amaro, la causa prima delle migrazioni che hanno permesso l’intreccio di queste storie.

Il mio progetto è formato da diverse componenti estetiche e concettuali. Il territorio e un tema molto importante, in quanto ogni persona, soprattutto negli anni dell’infanzia e della fanciullezza, viene senz’altro segnata dal luogo in cui vive e cresce. Il mare e un tema ricorrente, in quanto elemento di principale collegamento fra le varie storie. Le immagini d’archivio, talvolta rielaborate con interventi grafici, sono un fondamentale elemento di connessione fra passato e presente, indispensabili nel mio personale percorso di esplorazione e ricostruzione di un’identità individuale e familiare. Grande importanza infatti, e stata data alle persone ed ai rapporti che intercorrono fra di esse.

Un discorso sulla discendenza, collegando quello che era con quello che è; una restituzione dei ricordi che mi sono giunti, che ho fatto miei e che reinterpreto liberamente. Un diario per immagini, la topografia illustrata di un viaggio autobiografico per esplorare la mia geografia.”

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Francesco Levy – Azimuths of Celestial Bodies

Quando e perché ti sei avvicinato al mondo della Fotografia?

Credo che i primi ingenui approcci al mezzo fotografico siano avvenuti durante gli anni di Accademia a Venezia. Fin da piccolo ho sempre disegnato molto, l’ho sempre trovato il mezzo d’espressione a me più congeniale (tutt’ora uso il disegno per aiutarmi negli scatti, nello studio della luce e delle pose dei soggetti) la macchina fotografica si presentava quindi a me come un mezzo nuovo e misterioso, un modo per sperimentare. La usavo in maniera molto istintiva, incurante di quelle che sono le regole basilari della fotografia… ero piuttosto ignorante in materia. Mi ricordo che influenzato dal lavoro di Warhol, rielaboravo vecchie foto con un estetica vintage ricreando false polaroid, un modo per riutilizzare in maniera creativa immagini che ristagnavano nei meandri dell’hard disk. Riguardandole adesso mi viene inevitabilmente da ridere (o da piangere) ma fanno comunque parte del mio percorso di crescita.

Come e perché è nato il tuo progetto Azimuths of Celestial Bodies?

Azimuths of Celestial Bodies è nato come progetto finale del corso triennale di fotografia alla Fondazione Studio Marangoni di Firenze. Dovevamo sviluppare un progetto che durasse tutto l’anno accademico e l’idea di lavorare sulla mia famiglia è nata parlando con mia madre a cena. Mentre cercavamo di ricostruire una sorta di albero genealogico, mi sono reso conto di quanto fosse ampio e complesso il contesto storico-sociale in cui hanno vissuto i miei avi. Guerre, migrazioni, morte: è facile fare parallelismi con la situazione attuale, un eterno ritorno dell’identico. Per il resto sono stato fortunato, mi sono ritrovato con una quantità di materiale d’archivio familiare veramente considerevole. Lettere, documenti, foto, cartoline ed oggetti vari, senza i quali sarebbe stato difficile costruire una narrazione che avesse un senso.

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Francesco Levy – Azimuths of Celestial Bodies

Che cosa pensa la tua famiglia di questa serie fotografica?

Una domanda interessante che, fra le altre cose, non credo mi sia mai stata posta. Non ho una famiglia numerosa, a Natale siamo in cinque. Sfortunatamente tutte le persone di cui parlo nel mio progetto non ci sono più e proprio per questo, il lavoro acquista un valore unico per noi… mentirei dicendo che non sono entusiasti di come si è evoluto nel tempo, lo hanno visto crescere e trasformarsi e credo che alla fine ci siano affezionati quanto me. È una bella cosa, sono contento perché i miei mi hanno sempre sostenuto e anche saputo dare pareri obiettivi nonostante il coinvolgimento emotivo.

In alcuni volti l’identità e celata, nascosta, come mai?

Nel percorso di recupero della memoria sono stati fondamentali, oltre al materiale d’archivio raccolto, le storie e gli aneddoti che mi venivano raccontati durante l’infanzia e che avevano come protagonisti i miei nonni e bis-nonni. Ma la memoria è di per sé imprecisa per cui ci sono dei buchi, delle falle che ho cercato di riempire usando l’immaginazione e talvolta, come dichiaro nell’incipit del concept, mentendo. Oppure no. I volti nascosti sono quindi per me la parte fallace della memoria che, cercando di scavare nel profondo dei ricordi, non riesce ad afferrare un’immagine chiara ma solamente frammenti distorti, poco chiari e sfuggenti.

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Francesco Levy – Azimuths of Celestial Bodies

C’e un libro che ti ha aiutato particolarmente nella tua crescita personale da fotografo? 

Spingendosi oltre i grandi imprescindibili classici di Sontag e Barthes credo che un libro che mi ha aiutato molto, non in maniera specifica per questo progetto, ma in generale, sia “Ping Pong ConversationAlec Soth e Francesco Zanot”. Lo tengo sempre a portata di mano, mi piace molto l’approccio di Soth quando dice ad esempio che il parente più prossimo della fotografia è la poesia, per il modo in cui stimola l’immaginazione e lascia allo spettatore delle lacune da colmare. Condivido molto il suo modo di pensare la fotografia e la sua poetica. Sicuramente uno degli autori che preferisco in questo momento, seppur lontano dal mio tipo di lavoro e ricerca.

 

Posso concordare fermamente con Francesco sulla validità e la bellezza del libro di Alec Soth e Francesco Zanot. Ha citato un libro che personalmente amo moltissimo e che, a suo tempo, è stato capace di stimolare anche me.

 


Francesco Levy è un fotografo nato a Livorno nel ’90. Nel 2013 si laurea all’Accademia di Belle Arti di Venezia con una tesi in estetica e new media. In seguito frequenta il corso triennale di Fotografia alla Fondazione Studio Marangoni a Firenze, dove consegue il diploma e vince la borsa di studio ex aequo come miglior studente del triennio.

Francesco nel 2017 espone a Milano nella seconda edizione dell’International Photo Project curata da Elio Grazioli, viene selezionato come uno dei sette fotografi under 35 finalisti di LOOP | Giovane Fotografia Italiana nell’ambito del festival Fotografia Europea, è uno dei dieci finalisti del Premio Celeste | Visible White Photo Prize curato da Laura Serani, partecipa inoltre alla mostra collettiva “Questioni di Famiglie” negli spazi del CIFA di Bibbiena e viene selezionato come uno degli otto artisti italiani che parteciperanno alla prossima edizione della biennale d’arte contemporanea JCE Jeune Création Européenne.
Vive e lavora fra Livorno, Firenze e Venezia.

 

 

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Francesco Levy Website

 

Giacomo Infantino

“SANDRA LAZZARINI – BUCATO – L’autoritratto è un nuovo modo di vedersi e di misurarsi con il mondo circostante.”

Sandra Lazzarini vive e lavora a Forlì. Inizia ad interessarsi di fotografia nei primi anni del duemila quando acquista una biottica degli anni ’70 e il suo approccio con luce, forma e colore comincia a compiere i primi passi. Autodidatta, con solo alle spalle un workshop sulla street photography frequentato a New York, si dedica al mezzo secondo le sue necessità espressive e secondo la sua fantasia.
Il suo lavoro si basa soprattutto sull’autoritratto e da qualche anno porta avanti una ricerca in continuo divenire. Nei suoi scatti cerca di fondere sé stessa con l’ambiente circostante, il suo corpo esce dà sé stesso divenendo un oggetto ambientale che crea una fusione estetica e formale. Ciò lo notiamo particolarmente nel suo ultimo lavoro, ”Bucato”.

Sandra ci racconta che i panni stesi l’hanno sempre affascinata e rassicurata, per il loro profumo avvolgente e perché, da bambina, erano un nascondiglio perfetto. Quando ha cambiato casa si è ritrovata nella corte interna ad ammirare la danza che il vento creava con i panni stesi dei suoi vicini. Affascinata dai colori, dalle forme, si è chiesta come un momento così banale e domestico, che tutti viviamo almeno una volta nella vita, potesse essere così poetico. Inizia così a realizzare quasi per caso i primi scatti di questa serie, fino a costruire lei stessa la scena. La scelta meticolosa coinvolge tutto, da cosa appendere al come e dove, e in che modo includere sè nello scatto per svelarsi e nascondersi. E’ un gioco che rivela un corpo sensuale, timido, impacciato.

Qui sotto, l’intervista che abbiamo svolto con Sandra.


Quando hai iniziato a fotografare?

La fotografia è sempre stata un mio passatempo fin da ragazzina, ma diciamo che ho iniziato in maniera più “seria” quando una decina di anni fa comprai una biottica, una  Yashica Mat 124g, inizialmente però erano più che altro esperimenti per imparare ad usarla e per riuscire a fare foto dritte.

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Sandra Lazzarini – Bucato

Che cos’è per te la fotografia oggi?

Istintivamente mi viene da pensare che per me oggigiorno la fotografia è condivisione. Non sono una demonizzatrice dei social perché per esperienza personale sono stati e sono tutt’ora un potente mezzo per farsi conoscere e per conoscere. Mi piace condividere e mi piace pensare di potermi “avvicinare” all’arte di qualcun altro nel modo più facile e più comodo possibile.

Quali fotografi ti hanno influenzato maggiormente o a chi/cosa ti ispiri per creare?

Inconsciamente credo che mi ispirino un po’ tutti i fotografi che mi piacciono particolarmente, talvolta sono fotografi famosi e altre volte fotografi che seguo su Instagram o Flickr e spesso scopro tante similitudini con fotografi di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza.
Ovviamente prediligo i fotografi che come me basano il loro lavoro sull’ autoritratto o sul concetto di “faceless”, per questo non posso non citare Francesca Woodman così evanescente e brutale allo stesso tempo. Adoro la genialità e l’ironia di Luigi Ontani: a distanza di anni i suoi autoscatti sono sempre attualissimi, anzi, precursori di tanto fare che si incontra oggi. Poi ovviamente una menzione va fatta per Franco Fontana che è il maestro di tutto.

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Sandra Lazzarini – Bucato

Nel mio piccolo mi ispiro tanto a quello che mi circonda e a quello che vedo, ultimamente nella mia serie di autoritratti dietro il bucato appena steso, sono i vestiti stessi a chiamarmi, così come la luce in quel determinato momento o il muro ammuffito che è il fondale sempre perfetto.

Quali sono le tematiche a cui sei più vicino e perché senti questa necessità?

Ovviamente l’autoritratto e per rispondere alla tua domanda, cito una frase di Giovanna Calvenzi, curatrice della mostra “Autoritratto in assenza” che si è tenuta lo scorso anno presso il Cifa di Bibbiena (Centro Italiano della Fotografia d’Autore) alla quale ho avuto il piacere di poter partecipare: “Questa è una storia che voglio raccontare e io ne sono protagonista occasionale“. Questo per esprimere una riflessione più ampia che si distacca dall’aspetto narcisistico e di affermazione di sé che spesso le immagini (o se preferisci i selfie) contemporanee comportano. L’autoritratto non è più uno studio su se stessi o sulla propria fisicità, ma un nuovo modo di vedersi e di misurarsi con il mondo circostante.

Sei emotivamente coinvolto dai soggetti che fotografi? Che cosa significano loro per te?

Ovviamente sì, visto che il soggetto in questione sono io, però devo confessarti che nei miei autoritratti c’è la parte meno emotiva di me. Il mettermi davanti all’obiettivo non lo vedo come il deus ex machina delle mie emozioni, delle mie frustrazioni o del mio malumore. Mi piace giocare con il mio corpo, mi diverto a inventare nuove situazioni da immortalare, mi piace costruire una storia e fermare un istante che possa far sorridere o perché no, solleticare la fantasia di chi la osserva.

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Sandra Lazzarini – Bucato

Un libro che ti ha profondamente cambiato e perché?

“Fuoco centrale e altre poesie per il teatro” di Mariangela Gualtieri. Sono poesie che mi scorticano ogni volta che le leggo.

Le fotografie di Sandra sono state pubblicate su diverse riviste cartacee nazionali e internazionali come C41Magazine, Frankie Magazine, Ramona Magazine, A Love Token e su magazine online come Lamono, Frizzifrizzi, Aurora Fotografi,Ignant, Worbz.

Con alcune opere ha inoltre partecipato a mostre collettive come “Autoritratto in assenza” presso il CIFA- Centro Italiano della Fotografia d’Autore (Bibbiena), Fotografia Europea circuito Off (Reggio Emilia), “Female Views” Galleria PaC a Novi (MO), “Prima o poi l’amore arriva” Galleria Marcolini (FC)

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Chiara Cordeschi