SOFIA USLENGHI – ”La Fotografia è il mio strumento per comunicare intimità, (che è una parola che non mi piace)”

 

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Non molto tempo fa, B-Order ha scoperto una giovane fotografa, Sofia Uslenghi.
Appena abbiamo dato vita a questo progetto abbiamo deciso subito di contattarla e porle alcune domande, volevamo assolutamente sapere di più su di lei e sul suo lavoro.

Sofia ha subito accolto la nostra proposta e si è fotograficamente aperta con noi. Nata a Reggio Calabria nel 1985, attualmente vive a Parma. Inizia a scattare fotografie da quando aveva circa 17-18 anni, sia in digitale che in analogico. Ad oggi la sua carriera fotografica include la mostra a Palazzo Magnani in occasione di Fotografia Europea ‘’Ceci n’est pas un concours’’ e menzioni al Sony World Photography Awards. Nel 2017 espone una selezione di autoritratti alla Galleria Due Piani di Pordenone a cura di Benedetta Donato e, sempre nel 2017 sarà presente alla Heillandi Gallery presso Wopart Fair di Lugano.

 

Ma, partendo dal principio, abbiamo domandato a Sofia – quando hai iniziato a fotografare? – Lei ci risponde così, con consapevolezza e una vena autoironica – ‘’Non c’è stato un momento preciso in cui ho realizzato che stavo fotografando e non usando una macchina fotografica. Forse, quando ho rotto talmente le scatole ai miei genitori per avere una reflex e la prima foto che ho fatto è stato incastrando il piede in delle assi di legno piene di chiodi. Sono passati più o meno dodici anni: la reflex è la stessa e i miei gusti sono meno emo.’’

Ci siamo anche chiesti che cosa la ispirasse o la influenzasse, e abbiamo scoperto che la pittura per lei ha un’importanza fondamentale. Da Schiele a Bacon per l’aspetto figurativo-compositivo, a Paolo Roversi per l’aspetto estetico, fino a Frida Khalo per la sua estrema capacità di raffigurare sempre se stessa, ma in modi differenti, anche Sofia ritrae sé, e ha fatto dell’autoritratto fotografico la sua principale ricerca. Autoritratto non solo inteso come ‘’sé stessa’’, ma come aspetti del suo vivere in cui, in fondo, ognuno di noi potrebbe ritrovarsi – ‘’essere nato in un luogo e vivere in un altro, affetti che ci sono e poi non ci sono più. Il corpo, il corpo che cambia e tu lo stai a guardare. La sicurezza che ognuno ha in alcuni momenti ed altri in cui vorrebbe sparire. La vita insomma, quella che tutti viviamo ogni giorno correndo, saltando, cadendo, con gli altri intorno, ma sempre con le proprie braccia’’. La visione di sé stessa e della sua vita è, quindi, la sua domanda e nel contempo la sua risposta.

 

Per quanto riguarda ‘’fotografi-ispiratori’’, ci ha risposto (sempre con una vena ironica, ma consapevole e realista) che – ‘’se devo scomodare qualcuno, l’unico è Edward Weston perché nelle sue fotografie c’è il silenzio, e questo mi sembra molto elegante. Ma le mie fonti di ispirazione sono quotidiane: attingi inconsciamente come una spugna senza nemmeno farci caso’’ – poi aggiunge – ‘’E ci tengo a citare il mio scrittore preferito: Romain Gary. Fosse vivo, il mio più grande desiderio sarebbe andarci a bere il caffè. Lui e i suoi libri, per la maggior parte autobiografici, sono un condensato di schiettezza, romanticismo, autoironia, leggerezza e malcelata e incondizionata fiducia nel genere umano. Tutto quello che c’è da avere per stare al mondo. (Salvo poi il fatto che si è suicidato)’’.

 

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Le abbiamo domandato non solo come avesse iniziato, ma anche che cosa sia per lei la fotografia oggi, e ci ha spiegato che per lei è uno strumento di comunicazione in tutte le sue forme, ma più di tutto – ‘’Nel mio caso è il mio strumento per comunicare intimità, che è una parola che non mi piace. Ha un ché di narcisistico, e invece non voglio proprio impormi: al contrario quello che cerco è silenziosamente raccontare qualcosa e anche un po’ rassicurare.’’

E qui arriviamo al fulcro. Sofia ci ha proposto un progetto molto molto intimo – anche se a lei non piace questo termine – ma non sapremmo come meglio definire questa meravigliosa serie fotografica iniziata nel 2016, che racconta una storia personale fatta di bellezza nostalgia.

 

MY GRANDMOTHER AND I

 

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My Grandmother and I, ci racconta della nonna di Sofia, una donna di nome Isabella deceduta quando lei aveva 12 anni. Un evento che l’ha segnata particolarmente è stato il trasferimento dalla città calda di Messina fin su al nord, nella fredda e umida Brescia. Sofia è aperta ai cambiamenti e alle metamorfosi, ma gli anni dell’adolescenza non sono semplici per lei. Poco dopo il trasferimento, sua nonna Isabella muore. E così inizia a scavare nei suoi ricordi per recuperare le sue radici. Attraverso la memoria il ricordo di quella figura familiare e materna si intensifica. Il progetto è un tributo a Isabella, al loro rapporto di nonna-nipote, ai luoghi che Sofia sente suoi perché sono quelli che ha vissuto con la sua famiglia e dove lei, in una certa parte, si sente ancora a casa.

Nelle sue fotografie abbiamo visto nostalgia e tanta anima. Il suo lavoro personale esprime, a nostro parere, il valore assoluto del ricordo, che è un qualcosa di astratto e forte che vive perenne dentro di noi. Attraverso le sovrapposizioni è come se cercasse un contatto con lei. Le superfici si sfiorano e si mescolano, e non sappiamo se Sofia guarda verso noi spettatori, o verso sua nonna Isabella.

Fatto sta che la sua serie ci ha colpiti particolarmente, perchè nel suo modo delicato e silenzioso sprigiona tantissima emozione e purezza.

E, a proposito di metamorfosi e interiorità, l’ultima domanda che le abbiamo rivolto è stata: un libro che ti ha profondamente cambiato e perché. (Chiunque legge sa perfettamente quanto i libri possono cambiarti dentro, insegnarti qualcosa e entrarti n nelle viscere); e così questa giovane fotografa ci ha risposto – ‘’Pur non avendo un libro preferito, un testo che mi capita di citare parlando del mio lavoro è Il Casellante di Andrea Camilleri. Fa parte di una trilogia di romanzi che hanno come tema la metamorfosi. Il ché c’entra con il fatto che nei miei autoritratti spesso cerco di fondermi con altri elementi, per lo più paesaggi e natura. Al liceo in filosofia facevo abbastanza schifo e non mi addentro sul concetto alto e filosofico della metamorfosi, ma lo percepisco come un bisogno che tutti abbiamo: quello di trasformarci in qualcosa che sentiamo più adatto e più giusto per noi stessi.’’

 

 

Ringraziamo infinitamente Sofia per averci concesso di parlare del suo lavoro e scrivere su di lei! Seguitela su:

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