“LUCA BORTOLATO – siamo esattamente le nostre foto”

Da parecchio tempo seguivamo curiosissimi il lavoro di Luca Bortolato, fotografo originario di Venezia; affascinati dalle sue atmosfere e toccati dalla sua delicatezza visiva, volevamo saperne di più. Attivo da diverso tempo nel mondo della fotografia, Luca non ha mai smesso di essere sé stesso. Vive la fotografia in modo intimo, psicologico e con una vena malinconica e silenziosa che riesce a far parlare di sè.
Lo definiremmo un fotografo liquido – per dirla alla Bauman – ossia un fotografo che sa farsi trasportare da ciò che sente, che con la sua scelta di non dare titoli specifici, condire l’immagine con troppe parole, ci lascia liberi di immaginare e osservare la sua storia creando la nostra.
Sensibile ed aperto, ci ha raccontato parte della sua esperienza personale nel mondo fotografico, dai soggetti alle sue motivazioni, dai progetti ai workshop, fino alla fatidica domanda riguardo la fotografia contemporanea.

Quando hai iniziato a fotografare e perché hai sentito questa necessità?

La fotografia è capitata per caso. Cercavo un modo per parlare, una lingua per dialogare con me stesso e per me stesso. È arrivata nel 2007 grazie una concomitanza di incontri fortuiti che segnarono la mia iniziazione. Le immagini c’erano già da molto molto prima.

Parlaci un po’ della tua serie ‘’No Title’’. Com’è nata questa serie fotografica? In che modo vedi il tema femminile e cosa rappresenta questo per te?

È il nome dato alla galleria che le contiene nel mio sito. L’ho fatto per necessità in questo caso. In realtà ho sempre definito tutte le mie foto “no title”. Non ho mai, volutamente, dato un nome alle mie immagini. Questo rafforza quella sorta di autoritratto che esse stesse racchiudono. Ognuno fa sua la foto che osserva, la rivive e la rielabora. Un nome dato diventa un’imposizione sul pensiero, un modo, a volte, errato, di veicolarlo. Il mondo femminile nel mio lavoro rappresenta semplicemente un dialogo aperto, un ascolto dove potersi riconoscere. Un punto fermo di tutta la mia produzione. Immagini come parole, semplici e malinconiche nelle quali restare sospesi.

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No Title / Luca Bortolato

Anche in ‘’Intimacy Diary’’ hai ritratto delle donne e il loro corpo. Questi due progetti hanno qualcosa in comune fra loro e/o in cosa differiscono?

Questo lavoro è tutto “una prima volta”La persona ritratta è una sola, per 18, lunghi, mesi. Percorso costruito con pochissime foto per volta, lentamente. La prima volta in cui io stesso entro fisicamente nell’immagine. La prima volta in cui ne ho mostrate solamente una decina perché tutto il corpus del percorso prenderà una strada diversa su cui sto tutt’ora lavorando. Sono fotografie più sporcate, meno pensate, più violente. Ho desiderato esplorare strade sconosciute, cercando di lasciare le mie foto ben inquadrate, pesate, costruite, soppesate. Sono voluto uscire dalla “comfort zone” in cui mi cullavo da tempo.

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Intimacy Diary / Luca Bortolato

In un’intervista con CartaBianca visibile su Youtube ci spieghi che ‘’Mericans‘’ è nato ‘’voluto e non voluto‘’ e che con facilità hai scorto malinconia e solitudine nelle persone che hai incontrato. Oggi rifaresti un progetto così ‘’a sentimento‘’ se ti dovesse ricapitare un luogo da raccontare che rispecchia le tue tematiche?

Quando lavori da molti anni su te stesso attraverso le immagini è facile ritrovarsi utilizzando persone e luoghi. “Mericans” è nato come una costrizione e si è tramutato in una scoperta. Potrà succedere ancora. Vorrò farlo succedere ancora. Nell’ultimo anno è nato forte il desiderio di lasciare gli schemi che mi caratterizzano e che si riflettono inequivocabilmente nei miei lavori.

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Riguardo la tua carriera da fotografo, sappiamo che hai fatto numerose mostre, ma recentemente hai tenuto dei workshop a Milano. Raccontaci un po’ la tua esperienza. Come ti sei trovato? Cosa ti hanno lasciato questi incontri? Cosa hai insegnato e cosa hai imparato?

Da molto tempo meditavo l’idea di un confronto diretto con un gruppo di persone. È arrivata l’occasione giusta nel momento giusto. Ho messo nero su bianco tutto il mio percorso e mi sono ritrovato a raccontarlo con naturalezza. Costruisco il dialogo tutt’attorno ad un concetto semplice: “siamo esattamente le nostre foto”. Lo sappiamo bene tutti ma sembra che ce ne dimentichiamo troppo spesso. Il mio è un mostrare un approccio psicologico ed estremamente intimo all’immagine prima, una consapevolezza pratica poi, nell’affrontarsi e nel costruire/decostruire. Le persone con cui ho avuto modo di lavorare sono state meravigliose. Ho cercato di guidarle ad aprirsi prima di tutto con sé stesse attraversando le differenti naturalità che fanno parte di ogni individuo. È stato un lavorare con il singolo e per tutti allo stesso tempo. Si sono formati, in tutte le occasioni, dei gruppi coesi e intimi in cui ognuno ha profondamente interagito. Ho imparato una strada nuova. Ho imparato che la condivisone è un fuoco che alimenta la speranza di continuare a credere. Nel momento in cui sto scrivendo queste righe, ho avuto la conferma di altre due date che terrò in due centri culturali per me importanti: Firenze e Trento.

 

Se parliamo di fotografia contemporanea, cosa ti viene in mente? Come definiresti questo mondo oggi?

Tutto ciò che si dissocia dall’idea classica di fotografia. Oggi ancor di più la differenza la fanno le idee e gli approcci inconsueti e coraggiosiLe fotografie sono così il risultato di esperienze altre, testimonianze di vere e proprie “performance” in cui l’artista si immerge e dove l’immagine non può contemplare del tutto l’esperienza. Vince chi nasconde e chi non dichiara. Vince il libero arbitrio delle persone davanti ad una fotografia, in qualsiasi campo, sia esso sportivo, giornalistico, di still life, ecc.

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No Title / Luca Bortolato

Pensi che oggi si possa vivere solo di fotografia? Hai consigli utili da dare ai giovani aspiranti fotografi?

Si può vivere per la fotografia, questo sì. Purtroppo non siamo tutti baciati dal sacro fuoco dell’arte, tanto da poterci permettere l’affitto con le nostre foto. Si può fare una cosa sola: crederci. Lo spingersi ad interrogare sé stessi e le altre persone ti portano in maniera indiscutibile ad acquisire consapevolezze nuove e metodologie diverse. Alla base di tutto, ci vuole però, sempre, una grande grande umiltà. Bisogna riuscire a darsi sempre il giusto valore, per non soffocare e per non farsi soffocare.

Durante il tuo percorso artistico qual è stato un libro che ti ha cambiato e arricchito?

Sono stato un corsaro nelle avventure del risoluto Corsaro Nero, romanzi del sempre troppo sottovalutato Emilio Salgari. E comunque un libro non cambia una persona, forse nemmeno 100 libri lo possono fare. Arricchiscono, questo sì.
Arrivederci.

 

 

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www.lucabortolato.com

 

Chiara Cordeschi

Giacomo Infantino

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